DIAMANTE: “LA SALUTE NON È UN GIOCO” DAL CONVEGNO I SEMI DI SPERANZA PER UNA NUOVA VITA
Sono impressionanti i numeri relativi al gioco fisico e online che vengono snocciolati dai relatori del convegno “La Salute non è un gioco” tenutosi giovedì 16 febbraio all’interno della sala consiliare Ernesto Caselli a Diamante. Un momento di riflessione sui rischi del gioco patologico rivolto soprattutto ai giovani, presenti alcune classi delle scuole del territorio. A farsi promotori dell’iniziativa l’Asp di Cosenza, il Centro l’Ulivo di Tortora e il comune di Diamante. Ad intervenire sull’argomento nello specifico son stateo: Filomena Taffuri, dirigente medico del Serd di Scalea; Maria Grazia Apicella, dirigente psicologo del Serd di Scalea; Maria Grazia Rago, curatrice del progetto Gap presso il centro di accoglienza L’Ulivo; Daniela Campagna, psicologa del progetto Gap presso il centro L’Ulivo; Maria Francesca Amendola, componente del gruppo tecnico regionale dipendenze patologiche.
È di poco al di sotto del milione e mezzo di euro la somma che viene spesa nel gioco online fra Diamante e Belvedere Marittimo, un dato che non può prescindere da quello relativo agli abitanti dei due centri del Tirreno Cosentino: il primo infatti ha all’incirca la metà della popolazione del secondo. Eppure i numeri relativi al gioco tanto online quanto fisico si equivalgono dimostrando quanto il fenomeno sia pervasivo e trasversale all’interno delle nostre società. Sono Giuseppe Peri, direttore del Centro accoglienza L’Ulivo e Roberto Calabria, Responsabile scientifico del progetto GAP dell’Asp di Cosenza, a sfatare i pregiudizi: il gioco riguarda tutte e tutti, in particolare la popolazione maschile fra i 30 e i 60 anni di diversa estrazione sociale e culturale; il 78% ha un lavoro stabile e il 55% è laureato.
Il passaggio dal gioco inteso come puro svago ad un gioco che diventa patologico perché alimentato da un comportamento ossessivo-compulsivo è più facile di quanto si pensi. Ognuno è convinto di poter tenere sotto controllo la propria mania o di poter cessare, da un momento all’altro, quando si vuole ma, come per ogni dipendenza, non è così. E questo perché il gioco d’azzardo è costruito attraverso un meccanismo fagocitante che incentiva il giocatore a continuare nelle sue puntate: perdere spinge a giocare costantemente una quantità sempre maggiore di denaro pur di recuperare quanto perso. Tale\ meccanismo fagocitante porta ad una vittoria effimera, di un centinaio di euro al massimo su migliaia di euro bruciati. Ma non è la vittoria che insegue il giocatore patologico, è la parte preliminare alla giocata: un impulso che è paragonabile all’assunzione di sostanze stupefacenti e che viene definito gambling.
Il problema non riguarda solo gli adulti, attraverso smartphone e tablet il gioco diventa sempre più una ‘questione giovanile’. Già nella pre-adolescenza, attraverso i videogiochi, si sperimenta una tipologia di gioco per così dire preparatoria al gioco d’azzardo. I moderni videogames spingono a giocare continuamente, investendo uan quantità di risorse virtuali sempre maggiore pur di portare a termine gli obiettivi. Già a 12/13 anni i ragazzi passano le notti a giocare con una conseguente cattiva resa scolastica. Dai videogiochi al poker online è il passaggio che avviene già in adolescenza.
Come per ogni dipendenza, non esiste una cura. Esiste la prevenzione per questo bisogna parlarne già in fascia scolastica e, a posteriori, esiste un’astinenza prolungata dal gioco (o da qualunque altro tipo di dipendenza). Un risultato che si può ottenere attraverso un percorso residenziale, all’interno di un centro riabilitativo allontanando la persona dal proprio contesto sociale, o attraverso un percorso semi-residenziale, costruendo un dialogo che porti alla consapevolezza dei rischi. Bisogna, ovviamente, ricordare che la stra-grande maggioranza
arriva al SERD una volta che le proprie fondamenta familiari e sociali sono state completamente distrutte. Bisogna anche tener presente che la maggior parte dei giocatori patologici hanno o sviluppano anche altre dipendenza oltre a quella del gioco.
L’intervento di Paolo Mancuso, presidente della Fondazione Antiusura “Don Carlo De Cardona” della Diocesi Cosenza-Bisignano ha ricordato anche ciò che ci si trova ad affrontare una volta usciti dal tunnel. Il rischio ‘ricaduta’ è costante per ogni dipendenza. Chi decide di darsi una nuova vita si trova a sbattere contro un muro economico, sociale, lavorativo. “La Fondazione non presta soldi ma assicura quelle garanzie che banche e datori di lavoro pretendono e senza le quali una nuova vita è quasi impossibile“.