Sapri. “I talenti del Cilento e del Vallo di Diano”. I quadri di otto pittori in mostra fino al 21 Aprile
Articolo di Myriam Guglielmetti
L’elegante palazzo del Buon Pastore di Sapri fiorisce insieme alla Primavera: nelle sue splendide sale, infatti, è in corso una mostra tutta dedicata agli artisti locali. Pittori che hanno fatto del Cilento e del Golfo di Policastro non soltanto la propria casa ma, soprattutto, la propria ispirazione.
Nelle stanze dai soffitti affrescati che trasudano storia, saranno presenti fino al 21 Aprile ben 8 artisti che, attraverso la tela ed il colore, regalano al pubblico uno spettacolo a fruizione gratuita: è la pittura contemporanea a dare il titolo a ciò che Fatigati, Gentile, Giardullo, Labrosciano, Martineghi, Mileo, Praino e Siboni, i “Talenti del Cilento e Vallo di Diano”, hanno studiato e creato.
Quale miglior mezzo se non quello artistico per celebrare l’orgoglio nostrano? Gli artisti raccontano e si raccontano in un viaggio museale che tocca temi ed emozioni contrastanti che catturano l’occhio di chi guarda. Vito Praino, originario di Torracca, è l’artista che coglie la vita del golfo in ogni sua sfumatura: si tratta di spaccati, piccoli momenti colti con la pennellata tipica dei seguaci del movimento dei “Macchiaioli”.
In cornice si possono ammirare uomini e donne di campagna intenti a lavorare la terra ma anche i panorami di questa fetta di Campania, dove lo specchio d’acqua della baia, sorvegliato dalla Spigolatrice, riflette il verde collinare. Ammirare le sue opere lascia dentro tenerezza e nostalgia per una vita fatta di odori, persone e luoghi che conosciamo bene: l’idea che resta è quella di esser stati dentro quel quadro, almeno una volta nella vita, di aver percorso quei vicoli di paese e di aver guardato il bagnasciuga dalla stessa prospettiva dell’autore.
La sala di Siboni e Martineghi ti strega da subito: il talento nei dettagli dei volti e dei corpi è così evidente che il personaggio rappresentato sembra vivo. L’impronta caravaggesca nel tocco di Siboni rende perturbanti e bellissimi i soggetti ritratti, alcuni dei quali provenienti dal Mito. Martineghi è surreale nel dettaglio dei muscoli e della pelle, le sue tele costituiscono un vero e proprio studio del corpo umano che diventa anche strumento di denuncia nel contesto contemporaneo.
Wanda Labrosciano è saprese d’origine ma la sua arte affonda le radici nella cultura sicula: il suo astrattismo evoca tensione ma la scelta del colore è un forte richiamo alla sua formazione artistica concretizzatasi in Sicilia. Carlo Gentile, di Sapri, talento autodidatta, mette in mostra le sue tele che non sono mai le stesse: la luce, infatti, cambia sostanzialmente l’aspetto del quadro.
Il segreto sta nella fluorescenza e perlescenza dell’acrilico, grazie al quale una potenziale “macchia” di colore diventa Opera d’Arte. Giovanni Alfonso Mileo, altra perla della Città della Spigolatrice, è pittore figurativo con una spiccata vena “pollockiana”: i quadri vengono realizzati con tecnica a spruzzo o a gocciolamento. Dall’astrattismo della tela, emergono i personaggi dei cartoni animati, in un connubio di colore e concettualità che motiva la sua notorietà internazionale. Cono Giovanni Giardullo, di Teggiano, potrebbe tranquillamente essere definito un “fotografo su tela”: i suoi quadri racchiudono momenti di verità visiva.
Le nature morte, numerose, si caratterizzano per il forte richiamo a Caravaggio (negli sfondi scuri, ad esempio) e diventano un unicum per quanto riguarda la precisione con cui vengono mostrati dettagli reali, a partire dall’acqua nel vaso di fiori che deforma gli steli, e arrivando poi al pizzo di una camicetta, così autentico da volerlo sfiorare.
La stanza dedicata a Giardullo diventa una galleria fotografica. Giannino Fatigati, l’unico tra gli 8 talenti in mostra a non essere più in vita, è stato definito “il Van Gogh di Vallo della Lucania”: la sua tecnica rammenta le opere di Cezanne ma una buona fetta della sua vita è unita, come da un filo invisibile, a quella dell’artista olandese. Fatigati ci ha lasciato la sua arte, che in molte sfaccettature ci racconta il Cilento (le distese di Ulivi, i colori tipici delle zone collinari che ben conosciamo), come simbolo di un qualcosa che sopravvive arrivando ovunque rispetto alle sofferenze della vita terrena.