“L’urlo del Noce”. Il lamento del fiume scritto da Domenico Cirimele e Biagio Moliterni. Un monologo per la sua tutela
“L’urlo del Noce”, questo il titolo del monologo scritto dal direttore artistico della Compagnia teatrale tortorese, Domenico Cirimele, e dall’esperto di storia locale, Biagio Moliterno. Un testo che avrebbe dovuto essere recitato durante la manifestazione “La via dei Principi”, inizialmente fissata per sabato 03 giugno, al Centro storico di Tortora. L’evento è stato però annullato a causa di alcune integrazioni in materia di sicurezza, richieste dalla Questura di Cosenza, che l’associazione Palazzo Casapesenna, organizzatrice dell’evento, non ha potuto garantire. Nonostante tutto, gli autori del monologo hanno chiesto alla nostra redazione di pubblicare il testo. In “L’urlo del Noce” è il fiume che si appella al suo popolo, ricordando a ogni cittadino quanto nei secoli abbia aiutato le genti che si sono stanziate lungo le sue sponde. Il monologo non è solo un manifesto contro la riapertura dell’impianto di trattamento rifiuti di San Sago, ma contro tutti gli usi impropri che si stanno facendo del corso d’acqua.
“L’urlo del Noce” di Biagio Moliterni e Domenico Cirimele
Io sono il Noce,
Fiume grande, come dicono a Tortora.
Mi chiamano così per distinguermi dai miei fratelli minori:
la Fiumarella e l’ancor più piccolo Pizinno.
Insieme, con duro e costante lavoro,
abbiamo plasmato questo magnifico territorio
e dato vita alla nostra creatura più cara,
la Marina, sottraendola alle pretese del mare.
E ciò grazie a lei: la mia acqua,
che, avviluppata tra le mie potenti braccia,
scorre, ora lenta ora rapida,
ma sempre ostinata e feconda,
dalle sorgenti del Sirino
alla foce del Tirreno.
Bella, fresca, limpida e trasparente,
si insinua tra luoghi tranquilli ed ameni,
tanto cari al siculo Saba il Giovane,
il monaco Sandu Sagu,
che nell’età di mezzo li scelse come dimora eremitica,
riaccendendo la fiaccola della civiltà
spentasi con l’abbandono di Blanda.
Dopo il Santo, ho visto gli antenati del Principe
sottrarre quelle stesse terre alla comunità tortorese
che caparbiamente continuò a rivendicarne il possesso.
Allora la battaglia fu vinta
e i cittadini poterono continuare a godere
dei civici usi ad essi spettanti.
Fu quindi la volta dell’Eroe dei due Mondi,
artefice della Nazione nascente,
che, in marcia verso Napoli,
guadò le mie acque ancora incontaminate.
L’acqua, sì, la mia acqua,
ristoro per gli armenti, per i campi e per gli uomini,
dai quali, per secoli, sono stato riconosciuto
benevolo padre,
amato, rispettato e anche temuto.
Ma poi arrivò Lui, il tracotante Uomo industriale,
ad inquinarmi, a ferirmi,
a deturparmi, a riempirmi di rottami e di sudiciume,
ad imbrigliare le mie sponde con gabbie di ferro,
quasi fossi stato un leone.
E se fui felice di ospitare le turbine della centrale
che illumina le vostre case e muove le vostre fabbriche,
non altrettanto posso esserlo oggi che,
in nome di un falso ecologismo,
ne sono state progettate innumerevoli altre, troppe,
tali da stravolgere il naturale fluire delle mie acque
e spegnere la vita che portano in grembo.
Io sono il Noce!
Mai nella mia lunga vita ero stato trattato in questo modo!
Guardate le mie acque. Vedete come fluttuano?
Un tempo erano spinte dal soffio leggero del vento
e dal dolce scorrere delle correnti.
Ai nostri giorni sono invece mosse da brividi di paura!
Si ho paura!
Paura verso l’Uomo del futuro
che, paradossalmente, progetta ciò che futuro non è:
morte e distruzione!
Lo stesso San Sago, oggi, si guarderebbe bene
dal fermarsi presso le mie sponde.
Anch’egli sarebbe spaventato dal mostro che sta per ritornare,
pronto come ha già fatto in passato
a riempirmi di veleni tossici, di residui industriali e
e di liquami di ogni genere,
potenzialmente in grado di sterminare
la flora e la fauna che vivono in me e grazie a me.
Perciò chiedo il vostro aiuto! Soccorretemi!
Non lasciatemi solo a lottare contro
chi antepone il bieco dio denaro
alla salute degli uomini
e ai loro secolari diritti sul territorio.
Ascoltate il mio grido di dolore!
Aiutatemi prima che sia troppo tardi
Lo dico alle istituzioni e a voi tutti:
Siate degni dei vostri antenati
che riuscirono a sconfiggere l’antico usurpatore!
Non siate indifferenti e complici di chi,
con i suoi potenti tentacoli,
finirà per spegnere la mia vita,
perché – sappiatelo –
con me siete destinati a morire anche voi!