Lamezia Terme. “Usura ed estorsioni”. Otto arresti per mettere fine alla riorganizzazione del clan
Sei persone in carcere, due ai domiciliari. Questo il responso dell’operazione andata in scena nella notte appena trascorsa, quella tra lunedì 19 e martedì 20 maggio, a Lamezia Terme e che ha visto impiegati Carabinieri e Polizia. Pesanti le accuse: associazione mafiosa, detenzioni di armi, usura, estorsione, intestazione fittizia di beni. Disposto anche il sequestro preventivo di una società di autonoleggio.
L’inchiesta è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Catanzaro e vede in prima linea la Direzione Distrettuale Antimafia. Le indagini sono iniziate nel 2020 e sono continuate fino al settembre 2023, in una fase successiva all’esecuzione di più ampie operazioni di polizia che hanno condotto, il 14 maggio 2015 e 22 febbraio 2017, alla decimazione della compagine associativa lannazzo-Cannizzaro-Daponte, che ha pian piano cominciato a riorganizzarsi.
Tali sforzi sono stati resi complicati da eventi esiziali per la vitalità del clan, come il passaggio in giudicato delle sentenze di condanna del capocosca e la detenzione degli altri consociati. Ancora, come il passaggio in giudicato delle sentenze di condanna del capocosca e la detenzione degli altri consociati. In questo momento di fibrillazione del gruppo, sono risultate fondamentali le figure della moglie del boss e di uno dei suoi uomini più fidati, mai coinvolti nelle precedenti vicende giudiziarie. Quest’ultimi si erano fatti carico di fronteggiare la momentanea carenza di risorse economiche e la correlata necessità di rinvenire fondi per sostenere le spese legali e sostentamento dei carcerati, raccogliendo denaro da soggetti estorti o conniventi e conducendo attività economiche fittiziamente intestati a terzi.
Di fatti, l’organizzazione criminale operante nei quartieri di Sambiase e Sant’Eufemia di Lamezia Terme (comprensiva dell’area industriale), in una composizione soggettiva più ridotta a causa della detenzione della maggior parte dei consociati, per il tramite della moglie del capocosca, ha continuato a esercitare il controllo del territorio, intervenendo nei litigi e nelle controversie civilistiche tra privati o assicurando “protezione” da aggressione al patrimonio e all’incolumità personale e a compiere attività di estorsione e usura, reinvestendo i capitali accumulati in aziende di comodo gestite in maniera occulta, ma di fatto formalmente intestate a soggetti terzi “fittizi”.