CALABRIA. ELEZIONI 2022: A VINCERE È ANCORA L’ASTENSIONISMO (ANCHE QUELLO DEI FUORI SEDE)
Archiviata la questione Elezioni politiche 2022, un tema resta aperto e brucia (o dovrebbe bruciare) esattamente come una ferita: l’astensionismo dilagante. I dati sono chiari: in Italia ha votato il 63,9% degli aventi diritto, circa 29,4 milioni di persone su oltre 46 milioni. Un dato che scende vertiginosamente nelle Regioni del Sud: in Basilicata l’affluenza è stata del 58,7%, in Campania del 53,2% mentre il dato più basso d’Italia si registra in Calabria dove ha votato solo il 50,8% degli aventi diritto.
Cosa è andato storto quindi? Una domanda che non prevede una risposta semplice e univoca. È un insieme di fattori quello che ormai determina la bassa affluenza a livello nazionale e in maniera ancora più estrema a livello locale.
La prima risposta che si può dare è che la politica italiana e i suoi “protagonisti” non riescono più ad intercettare bisogni e necessità di un popolo intero, soprattutto nelle fasce giovani. Le istanze della quotidianità fanno la vera differenza: una sanità funzionante, capillare e puntuale; un mercato del lavoro da riformare al di là del reddito di cittadinanza perché il lavoro manca e quando c’è, per lo più è retribuito poco, male e manca delle necessarie tutele; una tassazione che pesa e stronca qualsiasi velleità di migliorare la propria posizione sociale. Aggiungiamo, per quanto riguarda il Sud in generale, infrastrutture lente e obsolete in alcuni casi totalmente assenti; servizi inefficienti in quasi ogni campo della Pubblica Amministrazione.
Con il tramonto delle grandi ideologie politiche ci si innamora sempre più spesso di slogan e retoriche populiste perché sono in grado di arrivare alla pancia delle persone ma non sono altrettanto in grado di risolvere i problemi. Il risultato è che chi raggiunge il risultato dilagante una volta, non è in grado di mantenerlo nel lungo tempo e deve cedere il passo alla nuova demagogia che ha scalzato e sostituito la precedente.
Se questo è vero a livello nazionale è ancora più vero a livello locale. Lo scontento del Sud è reale e tangibile, uno scontento reso ancora più pesante da candidature spesso calate dall’alto, più vicine ai vertici di partito che ai territori. Un ‘errore’ che la politica italiana non può più permettersi: tanto più lontani sono i candidati, tanto meno saranno in grado di rispondere ai bisogni reali delle persone che quei territori li vivono e che avranno sempre più motivi per non esercitare il proprio diritto/dovere di voto.
C’è poi da considerare un altro fattore sempre più preminente. Le Regioni del Sud sono le più interessate dall’emigrazione anche per brevi periodi. Si pensi al mondo della scuola, dell’università, a chi è lontano per motivi sanitari. A tutti coloro che devono spostare il proprio domicilio, per un anno o anche solo per pochi mesi, senza necessariamente spostare la propria residenza è consentito un viaggio a prezzo agevolato ma spesso troppo lungo per andare, votare e tornare senza dover sacrificare giorni di lavoro/studio/cura.
L’Italia è l’unico grande Paese europeo a non ammettere il voto fuori sede. Un diritto/dovere concesso agli italiani all’Estero ma negato ai calabresi in Lombardia. La campagna elettorale appena conclusa ha visto la quasi totalità delle forze politiche in campo preoccuparsi dei circa 5 milioni di italiani fuori sede ma le stesse forze politiche hanno “ignorato” le ben cinque proposte di voto fuori sede presentate nel corso dell’ultima legislatura.
In Italia il dibattito sul tema è portato avanti dal Comitato Io voto Fuori Sede sostenuto da varie realtà. Le istanze del Comitato si basano su quella che è già realtà nei Paesi europei: in Svizzera, in Spagna e in Irlanda è possibile votare per corrispondenza; in Germania è ammesso sia il voto per corrispondenza, sia il voto in un altro seggio; nei Paesi Bassi c’è la possibilità di delegare o di votare in un altro seggio.
Il tema è ormai sempre più presente nel dibattito pubblico e, finalmente, è uscito dal dimenticatoio in cui è stato relegato. Che sia la prossima legislatura a cambiare lo stato delle cose?