Festa del Lavoro. “Un mazzo di fiori davanti all’ex Marlane”. La Cgil ricorda gli operai morti nell’ex stabilimento di Praia a Mare
Un mazzo di fiori per ricordare le vittime dell’ex stabilimento della Marlane di Praia a Mare. Sono stati i rappresentanti zonali della Cgil, Andrea Ferrone e Mimma Iannello, ad aver lasciato stamani, giovedì 01 maggio, Festa del Lavoro, davanti ai cancelli della fabbrica tessile questo segno in memoria dei 150 dipendenti morti per cause riconducibili al contatto diretto o indiretto, nei cicli della produzione, con sostanze chimiche altamente tossiche.
Il comunicato stampa della Cgil
Oggi 1°Maggio, la CGIL Pollino-Sibaritide-Tirreno è qui, come da anni, davanti ai cancelli dell’ex stabilimento Marlane di Praia a Mare, per ricordare le vittime del lavoro e rafforzare l’impegno per conquistare condizioni di lavoro sicure e tutelate a fronte delle migliaia di incidenti e delle continue morti sul lavoro che si contano ogni anno. La Marlane, ex fabbrica tessile del gruppo Marzotto, ha contato sino a circa 1.200 dipendenti a pieno ciclo. Una realtà lavorativa inaspettata per quegli anni di povertà ed emigrazione. L’esperienza tessile a Praia a Mare è iniziata negli anni sessanta con la creazione dello stabilimento Lanificio di Maratea Spa appartenente al gruppo Rivetti.
Era l’anno 1957 quando il conte Rivetti inaugurava a Praia a Mare lo stabilimento LANIFICIO DI MARATEA S.p.a. – PRAIA A MARE Stabilimento R2 e lo stabilimento Lini & Lane. Così dal 1960 al 1969. Dal 1969 al 1987 il LANIFICIO DI MARATEA SPA – PRAIA A MARE – STABILIMENTO R2 venne rilevato dall’ENI cambiando il nome in GRUPPO LANEROSSI (ENI) – MARLANE – PRAIA A MARE.
Nel 1987, sino al 2004, nuovo cambio societario: la proprietà Lanificio Lanerossi (ENI)-MARLANE PRAIA A MARE viene acquistata dal Gruppo Marzotto e Figli Spa con sede in Valdagno prendendo il nome di MARZOTTO-MARLANE S.p.A. PRAIA A MARE che apporta nuove modifiche nello stabilimento.
Negli anni novanta i primi segnali di crisi del settore, le problematiche legate all’esternalizzazione/terziarizzazione dei processi di pezzi dell’attività industriale (es. rammendo), le lotte sindacali per difendere le prospettive occupazionali dello stabilimento.
Ma è in atto una crisi inarrestabile del settore tessile ed il Gruppo Marzotto, a inizio degli anni 2000, avvia progressivi processi di delocalizzazione in Polonia e Repubblica Ceca. Per Praia a Mare si conclude così nel volgere di 40 anni il sogno industriale che investì l’intero territorio (in aggiunta la Faini e l’Emiliana Tessile di Cetraro, l’ICM di Scalea, la Foderauto Brutia di Belvedere Marittimo, la Lini & lane e la Pamafi di Praia a Mare ecc.) e, dopo i tentativi di mantenere in vita lo stabilimento attraverso la riconversione industriale, nel 2004 arriva la resa.
Chiudono così i cancelli della fabbrica, vengono catapultati nella precarietà le attese di centinaia di lavoratori e famiglie coinvolte ed il territorio cede il passo ad un’economia imperniata sulla speculazione edilizia a fini turistici che apre a nuove interessi e a nuova precarietà. Di fronte al nuovo contesto sociale, cresce la consapevolezza della “denuncia” e del calvario entro cui erano stati risucchiati decine di operai della Marlane che lì avevano incrociato il lavoro ma anche, conosciuto l’avvelenamento delle loro vite e della loro terra.
Iniziano le prime indagini della Magistratura che durano anni. Poi il primo processo. Oltre 150 dipendenti morti per cause riconducibili al contatto diretto o indiretto, nei cicli della produzione, con sostanze chimiche altamente tossiche. E poi, fusti con sostanze inquinanti sotterrati nell’area circostante e fanghi finanche sversati in mare. Inquinamento dell’area industriale conurbata fra i comuni di Praia a Mare e Tortora non ancora bonificata.
Due processi, il primo con assoluzione per prescrizioni di reato degli imputati e nessuna condanna giudiziaria per la mancata ottemperanza alla normativa sulla sicurezza della salute dei lavoratori nonostante le centinaia di faldoni con prove, testimonianze, studi, analisi, carotaggi che inchiodavano i vertici aziendali.
Quelle prove restano tutte in piedi. Oggi, ciò che rimane della fabbrica, resta una delle esperienze industriali della regione che ha offerto il sogno del lavoro stabile e sicuro ed il freno all’emigrazione certa che si è infranto contro il muro dei fallimenti di industrializzazione del Mezzogiorno e la disastrosa gestione aziendale che ha portato a morti, inquinamento e sogni spezzati.
La bonifica dell’area e l’apertura di un nuovo processo restano la via auspicabile e necessaria per restituire verità e giustizia a quelle morti e al dramma delle loro famiglie. In questa direzione la Cgil continuerà a seguire e sostenere ogni possibile riapertura processuale ed a percorrere la via della costituzione di parte civile.