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Tortora. “Scomparsa di Luigi Sebillo”. La Procura di Paola dispone l’ennesima archiviazione. L’avvocato Liserre non si arrende

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Dopo due anni di Camera di Consiglio, il Gip di Paola ha disposto l’ennesima archiviazione sulla scomparsa di Luigi Sebillo, avvenuta il 23 febbraio 2003. Una scelta inaccettabile per l’avvocato Francesco Liserre, che attraverso un comunicato stampa, annuncia di voler “presentare un nuovo esposto agli organi competenti per sollecitare l’ennesima riapertura del caso, sperando di trovare, prima o poi, la verità”.

Quella mattina, il giovane tortorese era andato a pesca con un amico, ma solo quest’ultimo fece ritorno. Luigi ha lasciato il vuoto, prima di tutto nei suoi familiari che non si sono mai arresi. La madre e il padre dell’allora sedicenne, anche contro ogni ostacolo, hanno voluto che le indagini proseguissero, perché qualcosa, in questa storia, finita anche a “Chi l’ha visto?”, secondo loro va necessariamente chiarito.
Luigi aveva preso il largo con una barca insieme al suo amico, poi, spaventati dalle cattive condizioni del mare, i due si sono tuffati, ma uno solo è riuscito a raggiungere la riva. Nei giorni successivi alla sua scomparsa, i sub trovarono sui fondali solo gli occhiali, la canna da pesca e la sua maglietta. Venti anni di speranze sono duri da sopportare, nessuno può metterlo in dubbio, ma non avere neanche un corpo sul quale piangere è terribile. L’avvocato Francesco Liserre, che segue la vicenda, mantiene in vita il caso nel pieno rispetto della volontà dei genitori.

Il comunicato stampa dell’avvocato Liserre

Dopo cinque anni dalla riapertura del caso riferito alla misteriosa scomparsa del giovane Luigi Sebillo, avvenuta in Praia a Mare il 23 febbraio 2003, allorquando il ragazzo aveva poco più di sedici anni, il Gip di Paola, a seguito di una camera di consiglio durata ben due anni, ha disposto l’ennesima archiviazione del caso. A renderlo noto è l’avvocato penalista Francesco Liserre che, da circa vent’anni, sta combattendo, unitamente ai genitori di Luigi, una battaglia giudiziaria particolarmente difficile e logorante, ma non impossibile. E’ assolutamente inescusabile e inumano lo straziante stillicidio di un tanto atteso provvedimento giudiziario che giunga, a scioglimento di una riserva adottata in camera di consiglio, addirittura dopo due anni. E’ un aberrante primato, probabilmente unico nel panorama della Giustizia, non solo italiana che, oltre ad annichilire le ineludibili garanzie del cittadino, costituzionalmente garantite, risulta inopinatamente sintomatico di un inaccettabile vulnus al rispetto della dignità umana. E’ abusato luogo comune quello di dire che i provvedimenti del Giudice vadano rispettati, anche se non condivisi. Orbene, un provvedimento del genere, al netto di farisaici infingimenti, prim’ancora che non condivisibile, risulta, altresì, difficile da rispettare, per il semplice fatto che, un’ordinanza di archiviazione, dal laconico contenuto, tra l’altro, squisitamente assertivo e congetturale, intervenuta dopo una camera di consiglio durata ben due anni, ha irrefutabilmente dimostrato l’assoluta mancanza di rispetto della dignità e del dolore di due genitori che attendono, spasmodicamente, da vent’anni, una parola di verità e di giustizia sulla tragica scomparsa del loro figlio, ancora avvolta dalla nebulosa coltre di ambiguità e assordanti silenzi. In particolare, nell’ordinanza di archiviazione, per quanto concerne la richiesta dello svolgimento di attività suppletiva di natura investigativa, richiesta a pena di inammissibilità, ad avviso del Giudice “non si ravvisano presupposti e utilità, trattandosi invero di attività di tipo esplorativo inidonea ad apportare elementi conoscitivi”. Orbene, il dato puramente illativo del richiamato provvedimento si sostanzia nell’ineffabile asserto in virtù del quale il procedimento vada archiviato, non già per l’assenza dei presupposti di utili indagini richieste per accertare la verità, ma per il solo fatto che si tratti di attività di tipo “esplorativo”. Ma allora, verrebbe da porre, a quel Giudice, l’inquietante interrogativo di come sia possibile che un’attività propulsiva di tipo esplorativo, per come da vent’anni infruttuosamente richiesta dalla famiglia Sebillo, venga aprioristicamente esclusa proprio in questa drammatica vicenda e, semmai, ammessa per l’accertamento di condotte delittuose oggettivamente di minor disvalore? E, come mai, ancora oggi, la Magistratura non avverta il dovere, morale e giuridico, di dare risposte agli angoscianti interrogativi dei coniugi Sebillo che scaturiscono, non già dalla fisiologica necessità di ottenere, ad ogni costo, una parola di verità, ma dall’illuminante relazione di servizio dei Carabinieri del NORM di Scalea, datata 23 luglio 2008? In particolare, in quella comunicazione inoltrata all’allora dominus delle indagini, gli stessi Militari dichiaravano testualmente: “presso questi uffici, è stato escusso a sit (omissis), in atti identificato, il quale ha riferito di non essere in grado di ricordare quello che è accaduto in data 23 febbraio 2003 circa la scomparsa in mare di Sebillo Luigi. In merito si ritiene opportuno evidenziare che il (omissis), in sede di escussione a sit, è apparso “prevenuto” assumendo un atteggiamento di difesa e chiusura non mostrando alcuna volontà a collaborare. Pertanto, si richiede di voler valutare la possibilità di escutere il (omissis) alla presenza di persona idonea ad interpretare gli atteggiamenti del predetto e metterlo in condizione di raccontare/ricordare i fatti per cui è procedimento”. Per questi motivi, l’avvocato Liserre ha già annunciato la presentazione di un nuovo esposto agli organi competenti per sollecitare l’ennesima riapertura del caso, sperando di trovare, prima o poi, nella pervicace ricerca di una Verità finora inspiegabilmente negata, quel “Giudice a Berlino”!

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