Libri e dintorni. Italo Arcuri ci parla del suo “Il corpo di Matteotti”
Stamani, martedì 16 luglio, abbiamo intervistato Italo Arcuri, autore del libro “Il corpo di Matteotti”. L’opera sarà presentata nei prossimi giorni anche sul Tirreno cosentino.
Il comunicato stampa
Il 10 giugno 1924, cent’anni fa, Giacomo Matteotti venne rapito e ucciso a Roma, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, e sotterrato a Riano, in località Quartarella. Perché Riano? Perché fu ritrovato il corpo e in quali condizioni? “Il corpo di Matteotti” di Italo Arcuri, edito da EMIA Edizioni, che ripercorre il tragitto dell’autovettura su cui fu caricato e ammazzato Matteotti, è il primo tentativo, giornalistico prima ancora che storico, di mostrare i confini, anche geografici, di un fatto storico tra i più importanti del Novecento.
La nuova edizione del libro contiene approfondimenti sulla storia umana e politica del leader antifascista, sulle cause della sua uccisione – avvenuta a bordo di una potente Lancia Lambda − sulla dinamica del suo ritrovamento alla Quartarella di Riano sessantasei giorni dopo (il 16 agosto 1924) e sul parallelismo (fantapolitica giornalistica pura) tra questo e il delitto di Aldo Moro.
Il libro, impreziosito dalla prefazione di Antonio Casu, bibliotecario della Camera dei Deputati, è un viaggio attorno alla cultura del corpo di uno dei personaggi politici tra i più noti, citati e rievocati della nostra storia recente. Un protagonista, Matteotti, il cui nome e cognome compare, ad esempio, al settimo posto della particolare classifica della toponomastica urbana del nostro Paese.
Il volume, che tra l’altro apporta nuova storicità documentale ai materiali già esistenti sul delitto, impostata su documenti inediti rintracciati presso l’ufficio anagrafe del Comune di Riano, riporta testimonianze esclusive, basate su una vasta bibliografia e sulla lettura e visione di quotidiani e filmati d’epoca e un ricordo del leader antifascista da personaggi autorevoli quali i compianti Margherita Hack, Dario Fo, Gianni Vattimo e Nicola Tranfaglia.
La nostra intervista